Gli animali domestici nella crisi familiare: cose o persone? Come gestirli?

La tematica relativa al trattamento degli animali domestici nei procedimenti di separazione o divorzio dei coniugi è priva di regolamentazione nel nostro ordinamento.

Giace infatti, dal 2008, un progetto di legge che vorrebbe introdurre nel codice civile una norma, l’art. 455 ter, titolata appunto “affido degli animali familiari in sede di separazione,” secondo cui “In caso di separazione dei coniugi, proprietari di un animale famigliare, il tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, indipendentemente dal regime di separazione o di comunione dei beni, e da quanto risulta dai documenti anagrafici dell’animale, sentiti i coniugi, i conviventi, la prole e, se del caso, esperti di comportamento animale, attribuisce l’affido esclusivo o condiviso dell’animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere. Il Tribunale è competente a decidere in merito all’affido di cui al presente comma anche in caso di cessazione della convivenza more uxorio”.

Sono state presentate, negli anni, svariante proposte sul punto: si ricorda l’ultima, presentata nel 2013, dalle deputate Brambilla e Castiello, che prevedeva l’introduzione di un articolo concernente l’affido degli animali in caso di separazione, che riporta il tenore dell’art. 455 ter sopra citato, con l’aggiunta di un ulteriore secondo comma, in base al quale “in caso di affido condiviso, salvo diversi accordi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei detentori provvede al mantenimento dell’animale da compagnia in misura proporzionale al proprio reddito. In caso di affido esclusivo il mantenimento è a carico del detentore affidatario. “.

Le norme sopra indicate sono rimaste delle mere proposte e, pertanto, ad oggi non esiste alcuna legge in merito.

Oggi, in caso di separazione o divorzio dei coniugi, le decisioni sulla sorte dell’animale domestico sono rimesse alla valutazione discrezionale – o forse sarebbe meglio definirla sensibilità – del Giudice.

Per tale motivo, vi sono state negli anni pronunce di Tribunali molto discordanti tra loro, in base alle quali si possono desumere tre orientamenti:

1) il primo orientamento prevede una sorta di rigida “astensione” dei giudici, i quali che preferiscono decidere sulle “cose serie” – ovvero collocazione dei figli, assegnazione della casa, contributo al mantenimento dei figli – e rifiutano di pronunciarsi sugli animali domestici, in caso di separazione o divorzio o separazione della c.d. “famiglia di fatto”.

In tal senso si è espresso il Tribunale di Milano, con ordinanza 2 marzo 2011, dichiarando inammissibile, in sede di separazione giudiziale, la domanda volta all’assegnazione dell’animale di affezione all’uno o all’altro coniuge, motivando come nulla la legge prevedesse sul punto e come non fosse “compito del giudice della separazione quello di regolare i diritti delle parti sugli animali di casa”.

Nel 2015 il Tribunale di Milano si è pronunciato negli stessi termini.

Entrambe le pronunce – seppur in quella milanese del 2015 si dia atto che l’animale è un “essere senziente” – sostengono l’impossibilità di applicare all’animale domestico le stesse norme di legge che riguardano i figli, sostenendo che il mero dato per cui l’animale sia, appunto, un essere senziente e non una cosa, non determina che il giudice possa assumere decisioni senza una legge precisa.

2) Il secondo orientamento afferma la possibilità di inserire nella separazione consensuale – cioè nell’accordo raggiunto dai coniugi – una clausola nella quale si stabilisca ove vivrà l’animale domestico.

In tal senso si è espresso nuovamente il Tribunale di Milano il quale peraltro, nel decreto 13 marzo 2013, ha quasi cercato di “giustificare” le ragioni dell’ammissibilità della clausola riferita all’animale in sede di separazione, precisando che “l’animale vivrà ove viene collocata la prole minore”, come se il provvedimento venisse adottato nell’interesse della figlia minore: nella decisione del Tribunale si legge che “il sentimento per gli animali ha protezione costituzionale e riconoscimento europeo”, facendo riferimento alla Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, redatta a Strasburgo nel 1987.

Nel provvedimento, quindi, emerge una certa “prudenza” nel giustificare l’ammissibilità della clausola di collocazione dell’animale, subordinandola alla presenza della figlia nella casa familiare, ritenendo in un certo senso prevalente il diritto della figlia a godere dell’animale domestico, senza far alcun riferimento al diritto dell’animale stesso.

3) Il terzo orientamento, infine, pone l’attenzione sull’animale.

Prima di affrontare la recentissima pronuncia (febbraio 2019) del Tribunale di Sciacca, è bene citare, per un quadro più completo, il Tribunale di Foggia che, già nel 2008, premettendo come “il giudice della separazione ben può disporre, in sede di provvedimenti interinali, che l’animale di affezione, già convivente con la coppia, sia affidato ad uno dei coniugi con l’obbligo di averne cura, e statuire a favore dell’altro coniuge il diritto di prenderlo e tenerlo con sé per alcune ore nel corso del giorno”, ha affidato l’animale domestico ad uno dei coniugi, ovvero quello in grado di “assicurare il miglior sviluppo possibile all’identità dell’animale”, dunque badando al benessere dell’animale, inquadrandolo come centro autonomo degno di posizione di tutela.

Il Tribunale di Sciacca, in una procedura di separazione giudiziale, ha in termini asciutti affermato che “in mancanza di accordi condivisi, e sul presupposto che il sentimento per gli animali costituisce un valore meritevole di tutela, anche in relazione al benessere dell’animale stesso, assegna il gatto al resistente che dalla sommaria istruttoria appare assicurare il miglior sviluppo possibile all’identità dell’animale ed il cane, indipendentemente dall’eventuale intestazione risultante dal microchip, ad entrambe le parti, a settimane alterne, con spese veterinarie e straordinarie al 50%”.

In poche righe, il Giudice ha quindi valutato quale dei due coniugi fosse concretamente in grado di assicurare il miglior sviluppo possibile all’animale domestico, anche sulla base dei sentimenti dimostrati nei confronti dell’animale stesso.

Inoltre, il Tribunale ha anche stabilito sulla ripartizione al 50% delle spese veterinarie, proprio come farebbe in un provvedimento riguardante i figli di una coppia.

Sul punto, si segnala che il Protocollo d’intesa, siglato tra il Tribunale di Torino ed Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, sulle spese per i figli in materia di separazione, divorzio e procedimenti relativi allo scioglimento della famiglia di fatto, prevede che tra le spese che i genitori devono sostenere senza il “preventivo accordo” sono incluse quelle “per la cura degli animali domestici presenti nel nucleo famigliare e che restino presso il genitore collocatario dei figli”.

Alla luce di questi tre orientamenti giurisprudenziali si verifica, pertanto, una situazione controversa e fin paradossale: nell’ipotesi di separazione consensuale o divorzio congiunto, la quasi totalità dei Tribunali consente di inserire clausole inerenti la gestione degli animali; nell’ipotesi di separazione giudiziale o divorzio contenzioso, invece, la valutazione è rimessa integralmente alla discrezionalità del giudice, pertanto qualcuno (Tribunale di Milano) si rifiuterà di assumere decisioni, mentre qualcun altro (Tribunale di Sciacca) emetterà il relativo provvedimento.

Nel caso, infine, in cui la coppia che si separa non sia coniugata, la domanda è ritenuta inammissibile, pertanto la sorte dell’animale non può ancora essere oggetto di un provvedimento.

Si nota, purtroppo, come – in mancanza di una legge in materia – la qualificazione, e di conseguenza, il destino dell’animale venga fatto dipendere dalla presenza o meno di un accordo tra i coniugi, oppure dalla circostanza che questi siano o meno coniugati o, infine, dalla visione che dell’animale domestico abbia il Giudice di volta in volta chiamato a decidere.

Avv. Giovanni Dionisio

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