Pensione di reversibilità: quali sono i diritti dell’ex coniuge?

Finché morte non vi separi” sancisce in modo poco beneaugurante il Sacerdote il giorno delle nozze.

Qualche volta, però, non basta neppure ‘sorella morte’ a recidere definitivamente il legame fra gli ex-coniugi divorziati, che può rimanere in vita attraverso la pensione di reversibilità.

Questo avviene nel caso in cui l’ex coniuge che muore goda di una pensione, e qualora l’ex-coniuge superstite sia titolare di un assegno divorzile, quale che ne sia l’importo (ed a condizione che non abbia contratto nuove nozze).

In questo caso, per effetto dell’art. 9 comma II della Legge sul divorzio, l’ex coniuge viene beneficiato della pensione di reversibilità, al pari di un qualunque vedovo/a che non abbia mai divorziato.

La ratio di questo istituto è quella di prorogare nel tempo, fin oltre il decesso di una delle Parti, la solidarietà post-matrimoniale regolata e tutelata dall’assegno divorzile.

Ovviamente, l’ex-coniuge superstite, per poter beneficiare di tale istituto, non deve aver contratto nuove nozze, perché in tal caso tutti gli obblighi di solidarietà matrimoniale e post-matrimoniale passano in capo al nuovo coniuge.

Ma se a contrarre nuove nozze è stato il defunto ?… Qui il caso si complica decisamente, perché anche il vedovo/a ha diritto a sedersi al desco della pensione di reversibilità.

Sembrerebbe venirci in soccorso il Comma III dell’art. 9 L. div., laddove prevede che in caso di concorso fra ex-coniuge e coniuge superstite, al primo venga attribuita una quota della pensione di reversibilità del de cuius, “tenendo conto della durata del rapporto”.

Siamo sicuri che questa formula sia sufficiente a fugare ogni dubbio e risolvere ogni questione ?

Assolutamente no.

Se il legislatore avesse usato una formula più chiara per il criterio di quantificazione della quota spettante all’ex- coniuge divorziato avrebbe risparmiato parecchi crucci ai giudici ed alle parti. Perché in effetti è tutt’altro che chiaro cosa voglia dire esattamente tener conto della durata del rapporto.

E’ toccato, quindi, alla giurisprudenza, ed in particolare alla ’mai-sufficientemente-lodata’ Suprema Corte di Cassazione, interpretare l’attuale legge, elaborando criteri un po’ più chiari e concreti, per trovare il bandolo della matassa e decidere finalmente quanta parte della pensione di reversibilità spetti al coniuge superstite e quanta all’ex-coniuge titolare di assegno divorzile.

Il criterio principale è dato dal rapporto fra la durata dei due matrimoni.

Cioè, per il coniuge superstite, il tempo trascorso dalle nozze alla morte del de cuius; mentre, per l’ex-coniuge divorziato titolare di assegno, il tempo trascorso dalle nozze alla pronuncia di divorzio (non dalla separazione legale, che non scioglie ancora il legame matrimoniale).

Quindi, ad esempio, se il vedovo/a è rimasto sposato per 10 anni e l’ex-coniuge divorziato 20 anni, a quest’ultimo spetterà una quota della pensione di reversibilità pari ai 2/3, ed al primo pari a 1/3.

Attenzione però: è ben vero che il rapporto fra la durata dei due matrimoni costituisce il criterio oggettivo principale per quantificare le quote di spettanza della pensione di reversibilità, ma questo non esclude la rilevanza di altri criteri complementari che possono parzialmente ‘correggere’ il calcolo.

Ad esempio, il Giudice dovrà tener conto anche del raffronto tra le condizioni economici dei due concorrenti: se uno dei due è in condizione economica precaria, mentre il secondo è benestante, la quota di spettanza del primo potrà/dovrà essere elevata rispetto al criterio della durata del matrimonio.

Ovviamente, l’incidenza di questo criterio correttivo è rimessa alla discrezionalità del giudice, a differenza del primo criterio che è un dato matematico.

Un altro elemento che può essere preso in considerazione è l’eventuale esiguità dell’effettiva convivenza matrimoniale rispetto alla durata legale del matrimonio.

Per intenderci: se una coppia si separa legalmente dopo due anni di matrimonio, ma poi richiede il divorzio soltanto dopo 15 anni, la durata legale del matrimonio è di 17 anni, ma il ‘peso specifico’ di questa unione è sicuramente inferiore.

Un’ultima precisazione importante, per non creare aspettative illusorie: se l’ex – coniuge divorziato ha percepito l’assegno divorzile in un’unica soluzione (cosiddetta una tantum), non può aspirare ad una quota della pensione di reversibilità, perché la percezione dell’una tantum è tombale e definitiva, cioè esclude qualsiasi successivo diritto/domanda di natura economica.

In conclusione, per ottenere una quota della pensione di reversibilità dell’ex coniuge defunto, occorre depositare obbligatoriamente un ricorso presso il Tribunale competente, in quanto il Giudice, sulla base dei criteri sopra esposti, dovrà stabilire la quota spettante all’ex coniuge ed eventualmente all’attuale coniuge ( nel caso in cui il coniuge defunto avesse contratto nuove nozze dopo il divorzio con il primo coniuge).

Una volta che il Tribunale emetterà la sentenza con le rispettive quote della pensione, essa sarà notificata all’INPS o all’ente previdenziale competente, il quale, a mezzo bonifico bancario, verserà la somma dovuta all’ex coniuge superstite.

Lo Studio Dionisio è a disposizione del Cliente per una consulenza in materia.

Avv. Fabio Deorsola

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2018-06-12T23:38:24+02:00