“Io il divorzio a mio marito/mia moglie non glielo concedo”: i presupposti della riconciliazione dopo la separazione.

divorzioQuale avvocato non ha sentito, almeno una volta – nella sua carriera professionale, trattando un caso di divorzio – pronunciare questa frase da un proprio Assistito/a?

“Avvocato, io il divorzio a mio marito/mia moglie non glielo concedo!”

In verità che si voglia o non voglia, l’altro coniuge potrà procedere con il divorzio. Dovrà chiedere il divorzio in via giudiziale invece che con un eventuale accordo consensuale, ma non avrà alcun ulteriore ostacolo. Salvo il rispetto dei termini che devono obbligatoriamente decorrere dalla precedente procedura di separazione. Ovvero, se la precedente fase di separazione si è svolta consensualmente (od anche, se da una fase giudiziale si è poi passati ad un accordo consensuale), dovranno trascorrere sei mesi dall’udienza presidenziale. Mentre, nel caso in cui la separazione sia stata giudiziale, dovranno trascorrere dodici mesi, sempre a decorrere dalla prima udienza presidenziale (l’udienza a seguito della quale vengono generalmente stabiliti i cd. provvedimenti temporanei ed urgenti), prima che si possa procedere con il divorzio.

“Avvocato, ma se dopo la separazione abbiamo ripreso la convivenza?”

Spesso la mancata volontà di concedere il divorzio è anche ricollegata al fatto che, nelle more dei termini che devono trascorrere dalla separazione, di fatto la stessa non si è attuata. Ciò avviene o perché il marito/moglie che doveva allontanarsi dalla casa già coniugale non l’ha fatto, o perché ci sono stati dei ripensamenti saltuari riguardo il divorzio con breve ripresa della convivenza. O ancora perché delle particolari contingenze famigliari hanno costretto i due separati a comportarsi, almeno di fatto, come una famiglia (ad esempio per una malattia, o perché ci sono dei genitori anziani ai quali non si può dire nulla della crisi coniugale, oppure si è deciso di trascorre dei periodi insieme per amore dei figli, oppure ancora per difficoltà reddituali, o ancora più semplicemente per motivi di opportunità, ecc.).

“Allora avvocato ci siamo riconciliati o no?”

La riconciliazione dopo la separazione è disciplinata dall’art. 157 del codice civile, che prevede che i coniugi di comune accordo, senza necessità dell’intervento del giudice, possono far cessare gli effetti della separazione o con espressa dichiarazione oppure con un comportamento non equivoco, incompatibile con lo stato di separazione.

Secondo la giurisprudenza, pressoché unanime, però la manifestazione di volontà pura e semplice non è sufficiente per poter affermare che vi sia stata una riconciliazione tra marito e moglie. Dovendosi essa ripristinare anche un rapporto, materiale e spirituale, con la ripresa di relazioni reciproche, oggettivamente rilevanti, quali quelle che caratterizzano l’unione coniugale.

In tal senso si è espresso il Tribunale di Monza, con una pronuncia del 1 aprile 2004, evidenziando come la dichiarazione espressa di cui all’art. 157 c.c. debba essere sotto il profilo formale inequivocabile e verificabile in ogni momento, anche mediante la sua iscrizione tra gli atti dello stato civile, oltre a dover essere accompagnata da elementi tali che ne confermino la valenza reale e non astratta, quali la ripresa effettiva della convivenza. Nel caso di specie, il Tribunale di Monza ha escluso, quale elemento idoneo a dimostrare l’avvenuta riconciliazione, una comunicazione telefonica, nel corso della quale il marito separato avrebbe dichiarato alla moglie – la quale avrebbe accettato – di voler riprendere la vita coniugale, seguita dalla mera ripresa di una breve convivenza.

In tal senso è molto chiara anche la Cassazione Civile del 05/02/2016 n. 2360, la quale ha sancito che: “la mera coabitazione non è sufficiente a provare la riconciliazione poiché è necessario il ripristino della comunione di vita e d’intenti che costituisce il vincolo coniugale”, specificando che tale non è la cd. ‘coabitazione inerziale’ ovvero dettata da ragioni meramente materiali, dovute a fattori economici o logistici o di altra natura.

“Avvocato ma se coabitiamo, possiamo dire che ci siamo riconciliati?”

È quindi fondamentale il ripristino del nucleo famigliare. Non basteranno neppure per cercare di dimostrare l’avvenuta riconciliazione, brevi vacanze trascorse insieme dai coniugi (con o senza figli), sporadici rapporti sessuali, incontri occasionali, inviti a cena/pranzo, regali, ecc.

Addirittura la giurisprudenza non ha ritenuto sussistesse la riconciliazione tra i coniugi in presenza della nascita di un figlio, stante che il rapporto fra i coniugi era caratterizzato da disistima ed indifferenza affettiva. Era, infatti, emerso dalle testimonianze, assunte nel procedimento di primo grado, che il marito, da molti anni, viveva da solo e andava a casa della moglie solo per trovare i figli (senza neppure cenare con loro). E senza mai parlare con i propri amici della moglie, tanto da non averla neppure avvertita in occasione di due ricoveri ospedalieri (cfr. Cass. Civ. 16/10/2003 n. 15481).

Ancora, la Cassazione Civile del 01/10/2012 n. 16661, ha ritenuto determinante per escludere la riconciliazione, pur a fronte di una temporanea coabitazione, l’intenzione dell’ex marito di intraprendere una relazione con un’altra donna, comprovata da alcuni viaggi con quest’ultima, una parziale coabitazione e l’acquisto di alcuni mobili. Non ultimo ha pesato contro la dichiarazione della moglie di un’avvenuta riconciliazione, il fatto che la moglie stessa avesse effettuato una denuncia ai Carabinieri, nella quale lamentava il comportamento negligente del marito che, in occasione di una visita al figlio minore, lo aveva lasciato all’interno di un grande magazzino, proprio per incontrare la convivente!

Innanzi al nostro Tribunale di Torino, una recente sentenza del 07/02/2019 n. 597, non ha ritenuto che il rapporto coniugale si fosse ricostituito, nonostante la moglie lamentasse una ripresa degli incontri con il marito, non solo in occasione della laurea del figlio. Ma anche durante il periodo estivo, quando il marito, per un lungo periodo, si era presentato quotidianamente nella casa già famigliare occupandosi del giardino, svolgendo lavori di manutenzione, mangiando e cenando con moglie e figli, stendendosi addirittura nel letto già matrimoniale per il riposino pomeridiano, guardando la televisione in poltrona, ecc. Per il marito si trattava, invece, di incontri occasionali, motivati unicamente da questioni inerenti alla buona gestione della casa già famigliare e questioni inerenti ai figli. E tale circostanza, ovvero l’assenza di un comune progetto di vita, è stata fatta propria dalla decisione del Tribunale.

Voce solo in parziale controtendenza con quanto scritto, è quella del Tribunale di Reggio di Calabria che, con sentenza del 25/11/2019 n. 1572, ha ritenuto che, una volta ripresa la convivenza, sia da presumere la riconciliazione. Presunzione non superabile dal fatto che i coniugi, dopo la ripresa della convivenza, abbiano frequentato amici non comuni o abbiano talora dormito in camere separate. Stante che le dette circostanze – a parere dei giudici calabresi – sono frequenti anche quando i coniugi siano legati da indubbia e intensa affectio. Il Tribunale di Reggio Calabria ha, tuttavia, rilevato – in linea con la costante giurisprudenza – come si debba dare importanza agli elementi esteriori ed oggettivi e diretti in modo non equivoco a dimostrare la seria e comune volontà delle parti di ripristinare una comunione di vita.

Non dimentichiamo infine che, nei giudizi di divorzio, l’eccezione di sopravvenuta riconciliazione non è rilevabile d’ufficio. Bensì deve essere tempestivamente ed esclusivamente proposta ad istanza di parte convenuta (vedi per tutte Cass. Civ. del 09/06/2015 n. 11885).

La dichiarazione dell’avvenuta riconciliazione all’Ufficio di Stato Civile.

In un primo tempo la giurisprudenza riteneva che la dichiarazione espressa avesse un’efficacia riconciliativa autonoma rispetto al comportamento delle parti. Oggi, come scritto più sopra, la giurisprudenza ritiene che debba esservi anche l’effettiva ripresa della convivenza coniugale, intesa come ripristino della comunione vita.

Dichiarazione, che solo ai fini di opponibilità ai terzi, potrà pertanto essere resa innanzi all’Ufficio di Stato Civile dove è stato celebrato il matrimonio, o dove è stato trascritto, e che verrà annotata sull’atto di matrimonio. Con funzione, come detto, meramente informativa e non costitutiva, con ogni ulteriore conseguenza che potremo eventualmente meglio approfondire in sede di consulenza.

Avv. Silvia Remmert

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By |2020-04-27T14:11:12+02:00Aprile 27th, 2020|Blog ITA|Commenti disabilitati su “Io il divorzio a mio marito/mia moglie non glielo concedo”: i presupposti della riconciliazione dopo la separazione.