Quando il mobbing si verifica nel contesto familiare

Il fenomeno del mobbing trova il suo fondamento nelle dinamiche relazionali, coniugali e familiari contraddistinte da intensa conflittualità, soprattutto nei casi di separazione o divorzio, che si concretizzano in azioni e strategie – tramite molestie psico-fisiche – finalizzate ad esautorare uno dei coniugi e ad estrometterlo dai processi decisionali inerenti la famiglia e, in particolare, i figli.

Le tipologie di mobbing familiare

Si distinguono due tipi di mobbing familiare: quello coniugale e quello genitoriale.

Il mobbing coniugale viene identificato come un attacco ininterrotto e volontario nei confronti del coniuge con lo scopo, ad esempio, di allontanarlo dalla casa coniugale ovvero di metterne in discussione il ruolo all’interno della famiglia.

Segnali tipici sono l’esternazione reiterata di giudizi offensivi ed atteggiamenti irriguardosi nei confronti del coniuge; atteggiamenti di disistima e di critica aperti e teatrali; provocazioni continue e sistematiche; imposizioni di volontà sulle scelte che si rendano necessarie nel corso della convivenza coniugale; rifiuto di collaborare alla realizzazione dell’indirizzo familiare concordato; tentativi di sminuire il ruolo del coniuge in famiglia; pressioni per abbandonare il tetto coniugale; azioni volte a sottrarre beni comuni alla coppia; mancato supporto alla vittima nel rapporto con gli altri familiari; coinvolgimento continuo di terzi nelle liti familiari.

Il mobbing genitoriale, invece, si verifica per lo più tra coppie separate o divorziate quando si tenta di squalificare il coniuge dal ruolo genitoriale, impedendo di esercitare la responsabilità genitoriale attraverso sabotaggi delle frequentazioni con il figlio, campagne di denigrazione e delegittimazione agli occhi del minore o, ancora, estromissione dai processi decisionali.

Il mobbing può costituire motivo di addebito

E’ bene ricordare che gli elementi di prova dovranno essere valutati sulla base dei principi del nostro ordinamento, che fanno gravare sul soggetto attore (o ricorrente) l’onere di dimostrare per tabulas – vale a dire mediante prove scritte – o per testi la portata della violazione della norma e la sua ascrivibilità all’altro coniuge, che sarà la parte resistente nel processo di separazione o divorzio, ove il mobbing può costituire motivo di addebito.

Più in generale quando le condotte mobbizzanti costituiscono anche un illecito penale, c’è la possibilità di sporgere una querela o una denuncia contro lo specifico reato; ed, in ogni caso, si può chiedere la separazione con addebito.

In tale ottica, la Cassazione con ordinanza n. 21296/2017, ha stabilito che è del tutto corretta la pronuncia dell’addebito della separazione per chi pratica mobbing familiare nei confronti del coniuge, tramite vessazioni tali da costringere il partner ad abbandonare il tetto coniugale, se questo rileva come conseguenza della condotta colpevole dell’altro.

Come si accerta giudizialmente il mobbing?

L’organo giudicante dovrà valutare i comportamenti secondo il suo “prudente apprezzamento”, potendo in tale valutazione farsi assistere dal c.d. CTU (vedi nostro articolo, già pubblicato sul sito, sulla consulenza tecnica), vale a dire un ausiliario del giudice, da questi nominato, che agisce quale supporto tecnico nella celebrazione del processo.

Mediante la nomina del consulente tecnico d’ufficio, il magistrato demanda ad un soggetto professionalmente competente taluni importanti poteri di accertamento e di esame psicosomàtico: talvolta, infatti, specialmente con riferimento all’ambito del diritto di famiglia, si rendono necessarie le conoscenze proprie di professionisti con competenze psicologiche e psichiatriche, delle quali il giudice può essere sprovvisto, in quanto esulano da quelle prettamente giuridiche o di comune esperienza.

Inoltre, ricordiamo che la Corte di Cassazione (Cass. n. 10285/2018) ha affermato che, per potersi parlare di mobbing (in qualsiasi ambiente, sia esso familiare, lavorativo, condominiale, ecc.) sono necessari i seguenti elementi:

a) una serie di comportamenti di carattere persecutorio che, con intento vessatorio, siano posti in essere contro la vittima in modo miratamente sistematico e prolungato nel tempo;

b) il danno alla salute, alla personalità o alla dignità della vittima, vale a dire uno dei coniugi;

c) l’intento persecutorio che deve muovere il colpevole e portarlo a realizzare tutti i comportamenti lesivi: si parla, a riguardo, di un dolo specifico, ossia della volontà che deve sorreggere ogni singola condotta mobbizzante.

Con riferimento alla lettera b), è necessario chiarire in questa sede che, se non c’è un danno, non si può neanche parlare di mobbing: resta comunque la possibilità di agire per i reati eventualmente commessi e accertati (ad esempio, il maltrattamento o la minaccia sono azionabili a prescindere dall’aver procurato un danno).

Rientrano, quindi, in questa casistica, ed a mero titolo esemplificativo: le violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro; le continue aggressioni e violazioni del diritto all’incolumità, all’integrità fisica e alla dignità del coniuge; le ingiurie, le aggressioni, le offese sul piano estetico e svalutazioni in pubblico del coniuge come moglie e madre; le azioni che impediscano all’altro coniuge di avere rapporti con la famiglia di origine; il rifiuto ingiustificato di assistere il coniuge malato o in stato di bisogno.

Il matrimonio si fonda sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi

Il problema relativo al mobbing familiare è legato al fatto che lo stesso, spesso, scaturisce da condotte poste in essere all’interno delle sole mura familiari, con comportamenti isolati e non continuativi: sicché proprio nell’individuare quella sistematicità necessaria all’illecito spesso si trovano le maggiori difficoltà.

Di sicuro, non possiamo parlare di mobbing in presenza di uno o due episodi sporadici e di lieve gravità, la difficoltà nell’accertamento consiste però nel fatto che la legge non individua un numero minimo di episodi.

Una recente sentenza della Corte di Appello di Catania ha affermato che il concetto di mobbing familiare è preso “in prestito” dai rapporti di lavoro, ed è proprio da questi che è necessario partire per capire esattamente cosa sia il mobbing familiare.

Si tratta, in sintesi, di un comportamento prevaricatore normalmente favorito dall’asimmetria dei ruoli quando, invece, il matrimonio dovrebbe essere basato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, i quali hanno gli stessi diritti, che dovrebbero esercitare congiuntamente e di comune accordo, e gli stessi reciproci doveri, vale a dire fedeltà, assistenza, collaborazione e coabitazione.

Le caratteristiche di tale comportamento sono state ben delineate anche in una sentenza della Corte d’Appello di Torino, del 21/02/2000, forse una delle prime pronunce in cui il mobbing è stato introdotto nel lessico del diritto di famiglia.

Per ogni eventuale approfondimento il nostro Studio è sempre disponibile a fornire una consulenza in materia, valutando più specificatamente le singole situazioni.

Avv. Giovanni Dionisio

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